L’ultimo giorno di scuola sembra sempre appartenere ai figli.
Sono loro che escono con lo zaino più leggero, i quaderni pieni di mesi vissuti, le foto con i compagni, i saluti davanti al cancello, quella felicità un po’ rumorosa di chi sente che l’estate è finalmente arrivata.
Noi, intanto, siamo già altrove con la testa.
Pensiamo ai centri estivi, ai nonni, alle ferie da incastrare, ai pranzi da organizzare, agli orari che cambiano, alle giornate da riempire senza perdere del tutto l’equilibrio. Perché la scuola finisce, sì, ma la vita degli adulti no. Il lavoro continua, le responsabilità restano, e spesso il calendario sembra solo cambiare forma.
Eppure, ogni anno, quando arriva questo momento, qualcosa si muove anche dentro di noi.
Magari non subito. Magari all’inizio c’è solo la stanchezza degli ultimi giorni: saggi, feste, verifiche finali, regali, chat di classe, corse, dimenticanze, incastri. Poi però arriva quel piccolo vuoto. La sveglia che non suona allo stesso modo. La cartella che resta ferma. La mattina che non parte più con la solita urgenza.
Ed è lì che, a volte, ci accorgiamo di quanto abbiamo corso.
Per mesi abbiamo tenuto insieme tutto: scuola, lavoro, casa, compiti, attività, emozioni dei figli, imprevisti, appuntamenti, cose pratiche e cose invisibili. Quelle che nessuno vede, ma che occupano spazio nella testa.
Abbiamo funzionato. E quando sei madre, quando sei padre, quando hai una famiglia da accompagnare, funzionare sembra quasi naturale. Ti alzi e fai. Rispondi. Organizzi. Ricordi. Prevedi. Aggiusti.
Ma funzionare non significa sempre stare bene.
… ma Facciamola Semplice.
Ciao, sono Solange Borsellini, coach professionista, e credo profondamente che ogni percorso di cambiamento inizi riportando al centro la persona.
Prima di riempire l’estate
Quando la scuola finisce, la prima tentazione è passare subito alla fase successiva. Come ci organizziamo adesso? Chi tiene i bambini? Quando partiamo? Come facciamo con il lavoro? Quali attività scegliamo? Come gestiamo le giornate?
Sono domande concrete, e servono. Chi vive una famiglia lo sa: senza organizzazione, certi periodi diventano complicati.
Però, prima di riempire subito anche l’estate, forse vale la pena fermarsi un momento. Non per fare un grande bilancio, non per mettersi a tavolino con l’idea di capire tutto, ma per chiedersi una cosa molto semplice:
come sto, adesso che questo ritmo si è fermato?
Non è una domanda banale. Anzi, spesso è proprio quella che durante l’anno evitiamo senza nemmeno accorgercene. Perché non c’è tempo. Perché c’è sempre qualcosa di più urgente. Perché i figli hanno bisogno, il lavoro chiama, la casa reclama attenzione, e noi finiamo in fondo alla lista.
A volte ce ne accorgiamo solo quando il passo cambia.
Durante l’anno andiamo avanti dentro una routine che, anche quando è faticosa, ci sostiene. Sappiamo cosa viene dopo. Sappiamo a che ora uscire, chi accompagnare, cosa preparare, cosa controllare. Poi giugno arriva e sposta tutto. E in quel cambio di ritmo possono affiorare cose che erano rimaste coperte.
Una stanchezza più profonda del previsto.
Il desiderio di avere un po’ di spazio.
La sensazione di essersi occupati di tutto tranne che di sé.
Oppure quella domanda sottile: sto vivendo le mie giornate come vorrei?
Lo capisco perché lo vedo. E perché succede anche a me
Da coach, accompagno spesso persone che arrivano a certi momenti dell’anno con una frase molto simile: “Non so perché, ma mi sento stanca”. Oppure: “Va tutto bene, però sento che qualcosa non torna”.
Da genitore, so che quella frase non nasce dal nulla.
Nasce da mesi in cui tieni insieme tante parti. Non solo quello che fai, ma anche quello che pensi per tutti: la merenda, la visita da prenotare, il compito dimenticato, la maglietta per la recita, il messaggio dell’insegnante, il figlio che torna più silenzioso del solito, la riunione di lavoro, la cena, la spesa, la casa, le scadenze.
E magari da fuori sembra tutto normale. È la vita, certo. Ma dentro, a volte, pesa.
Non perché non amiamo ciò che facciamo. Non perché non siamo grati per la nostra famiglia. Ma perché anche le cose belle, quando chiedono presenza continua, consumano energie.
Dirlo non significa lamentarsi. Significa essere onesti.
I figli chiudono un anno. Anche noi, in qualche modo
Per i figli la fine della scuola è un passaggio evidente. C’è l’ultimo giorno, ci sono i saluti, ci sono i voti, ci sono le vacanze. Loro vedono chiaramente che un anno finisce.
Per noi adulti è diverso. Nessuno ci consegna una pagella. Nessuno ci dice: “Fermati, guarda cosa hai attraversato”. E così andiamo avanti, da una stagione all’altra, senza dare un nome ai passaggi che viviamo.
Eppure anche noi chiudiamo cicli.
Magari abbiamo attraversato un anno di lavoro intenso. Magari abbiamo retto un equilibrio familiare faticoso. Magari abbiamo accompagnato un figlio in una fase delicata. Magari abbiamo messo da parte un nostro bisogno, dicendoci che ci avremmo pensato più avanti.
Poi quel “più avanti” arriva, e non sempre sappiamo ascoltarlo.
La fine della scuola può diventare allora un piccolo invito. Non a cambiare tutto, non a prendere decisioni affrettate, ma a guardarci con più attenzione.
Che anno è stato per me?
Dove ho speso più energie?
Cosa mi ha fatto bene?
Cosa ho continuato a fare solo perché ormai era automatico?
Di cosa avrei bisogno, davvero, in questa stagione?
Sono domande semplici, ma se le prendiamo sul serio possono dirci molto.
Non serve essere sempre efficienti
Viviamo spesso con l’idea di dover reggere tutto. Di dover essere presenti, disponibili, lucidi, organizzati. E quando ci riusciamo, pensiamo che allora vada tutto bene.
Ma non sempre è così.
Si può essere bravi a tenere insieme le cose e, allo stesso tempo, sentirsi stanchi. Si può essere attenti ai bisogni degli altri e perdere il contatto con i propri. Si può arrivare alla fine dell’anno scolastico con tutto fatto, tutto consegnato, tutto accompagnato, e sentire comunque che qualcosa dentro chiede spazio.
Non è debolezza. È umanità.
A volte abbiamo solo bisogno di smettere per un attimo di misurarci su quanto riusciamo a fare. Perché una persona non vale per la quantità di cose che riesce a tenere in piedi.
Questa è una cosa che come coach ripeto spesso, ma che come genitore devo ricordare anche a me stessa.
Fermarsi senza giudicarsi
Quando ci fermiamo, il rischio è iniziare subito a giudicarci. Potevo fare meglio. Dovevo essere più paziente. Dovevo organizzarmi prima. Dovevo dedicare più tempo a questo, meno a quello.
Ma fermarsi non dovrebbe diventare un processo.
Fermarsi può voler dire semplicemente guardare con sincerità l’anno che abbiamo attraversato. Riconoscere la fatica. Dare valore a quello che abbiamo fatto. Accorgerci di ciò che non vogliamo più portare avanti nello stesso modo.
Non tutto va corretto. Non tutto va risolto. Alcune cose vanno prima ascoltate.
A volte il cambiamento comincia proprio così: non da una decisione enorme, ma da un momento in cui smettiamo di ignorare quello che sentiamo.
L’estate non deve sistemare tutto
Spesso carichiamo l’estate di aspettative. Pensiamo che basterà riposare, partire, cambiare aria, avere giornate più leggere. A volte succede davvero. Altre volte, invece, scopriamo che la stanchezza non passa solo perché è cambiato il calendario.
Per questo non chiederei all’estate di sistemare tutto.
Le chiederei piuttosto di creare un po’ di spazio. Spazio per respirare. Per ascoltarsi. Per capire cosa ci ha pesato davvero e cosa, invece, vogliamo proteggere. Spazio per distinguere il bisogno di riposo dal bisogno di cambiare qualcosa nel modo in cui viviamo le giornate.
Non servono risposte immediate. Serve presenza.
Ritrovare una direzione più tua
Il coaching può essere utile proprio in questi passaggi. Non perché qualcuno debba dirti cosa fare, ma perché a volte abbiamo bisogno di uno spazio in cui mettere ordine. Uno spazio in cui poter dire ad alta voce ciò che sentiamo, senza minimizzarlo e senza giudicarlo.
Spesso le persone non arrivano al coaching perché non sanno nulla di sé. Arrivano perché sanno tante cose, ma sono tutte mescolate. Pensieri, responsabilità, desideri, paure, abitudini, aspettative.
Mettere ordine aiuta a ritrovare direzione.
E la direzione non è sempre una grande scelta. A volte è un modo diverso di stare nelle cose. Una priorità rimessa al suo posto. Un confine più chiaro. Un bisogno riconosciuto. Una decisione presa con più calma e meno automatismo.
I figli stanno chiudendo un anno della loro crescita. Forse anche noi possiamo usare questo momento per chiederci cosa vogliamo portare con noi nella prossima stagione e cosa, invece, possiamo iniziare a lasciare andare.
Per approfondire questi temi puoi ascoltare il podcast “Al Centro la Persona”, disponibile su www.solangeborsellini.coach e sulle principali piattaforme di podcasting.
Perché prima di capire dove andare, a volte abbiamo bisogno di fermarci un momento e riconoscere da dove arriviamo.
Facciamola Semplice.

