Dici che non hai tempo. Ma la tua agenda racconta altro

Dici che non hai tempo. Ma la tua agenda racconta altro

Ci sono cose che continuiamo a definire importanti, eppure non trovano mai spazio nelle nostre giornate. Forse il problema non è quello che pensiamo.

Se ti chiedessi quali sono le cose più importanti per te, probabilmente non avresti bisogno di molto tempo per rispondere.

La famiglia. Un progetto che vorresti finalmente iniziare. La salute. Un cambiamento professionale. Più spazio per te. Qualcosa che da mesi continui a ripeterti di voler fare.

Adesso, però, immagina che invece di ascoltare la tua risposta io possa guardare soltanto la tua agenda degli ultimi trenta giorni.

Arriverei alle stesse conclusioni?

È una domanda che può risultare persino scomoda. Non perché la nostra agenda dica necessariamente la verità su di noi, ma perché racconta qualcosa di molto concreto: dove sono finiti il nostro tempo e le nostre energie.

Qualche tempo fa una persona con cui stavo lavorando – la chiamerò Francesca, modificando nome e alcuni dettagli della sua storia – mi disse una frase che probabilmente abbiamo pronunciato tutti almeno una volta:

«Appena questo periodo si calma, comincio.»

Voleva dedicarsi a un progetto professionale che rimandava da quasi un anno. Ne parlava con entusiasmo, aveva raccolto informazioni, preso contatti, persino individuato i primi passi da compiere.

Mancava solo una cosa: iniziare.

Qualche settimana dopo ci siamo risentite.

«Non sono riuscita a fare nulla. Non ho avuto un minuto.»

Avrei potuto parlare di organizzazione, aiutarla a costruire una programmazione diversa.

Non l’ho fatto.

Le ho chiesto di aprire il calendario delle settimane precedenti.

E lì è arrivata la prima sorpresa.

Il tempo, in qualche punto, c’era stato.

Non giornate intere, naturalmente. Ma qualche sera, alcuni spazi nel fine settimana, un paio di appuntamenti che avrebbe potuto rimandare.

Francesca li aveva riempiti tutti.

Non con cose che considerava inutili. Ed è proprio questo il punto.

Aveva aiutato una collega, accettato un’attività che nessuno le aveva realmente chiesto di svolgere, organizzato qualcosa per altre persone, risposto immediatamente a richieste che, in quel momento, aveva percepito come urgenti.

A quel punto mi disse:

«Quindi devo imparare a dire di no.»

Sembrava che avessimo trovato la risposta.

Invece no.

…ma Facciamola Semplice.

Ciao, sono Solange Borsellini, coach professionista (non mettiamo più appositamente tutta la frase?) e nel mio lavoro incontro spesso persone che sanno perfettamente cosa vorrebbero cambiare, ma continuano a ritrovarsi, quasi senza accorgersene, nello stesso punto di partenza.

E non sempre accade perché manca la volontà.

Francesca, per esempio, era davvero interessata al suo progetto. Non stava mentendo a se stessa e non aveva bisogno di qualcuno che la supportasse nel trovare un modo per organizzarsi meglio.

C’era qualcosa che veniva prima.

Le ho chiesto:

«Che cosa succede quando qualcuno ti chiede una mano?»

La risposta è arrivata velocissima.

«Mi fa piacere essere quella su cui si può contare.»

Eccolo.

Il punto non era semplicemente imparare a dire no. Prima doveva comprendere che cosa rendeva così gratificante continuare a dire sì.

Da quel momento la sua agenda ha cominciato a raccontare una storia diversa.

Non quella di una persona con difficoltà nel gestire il proprio tempo, ma quella di una persona per la quale sentirsi utile, coinvolta e presente per gli altri aveva un peso molto forte.

Il suo progetto personale competeva ogni settimana con qualcosa che, nel momento della scelta, riusciva a motivarla di più.

E allora la domanda cambiava.

Non più: «Come faccio a trovare due ore?»

Ma: «Come posso costruire questo progetto in un modo che parli davvero anche a ciò che mi muove?»

È una differenza enorme.

L’ho ritrovata anche in Andrea.

Andrea aveva un problema apparentemente opposto. Lavorava molto, otteneva risultati, riceveva riconoscimenti e continuava ad assumersi nuove responsabilità. Mi raccontò però che da mesi si prometteva di proteggere maggiormente il proprio tempo personale.

«Ogni volta dico che questa sarà l’ultima settimana così.»

Poi arrivava una nuova opportunità.

E lui accettava.

Quando gli chiesi la motivazione che lo spingeva ad accettare, la prima risposta fu quella più prevedibile:

«Perché devo.»

Abbiamo continuato a parlarne.

Dopo qualche minuto quel “devo” cominciò a perdere consistenza.

Non era obbligato ad accettare tutto. Una parte di quelle responsabilità l’aveva scelta.

E qui ci fu un altro piccolo capovolgimento.

Andrea non stava subendo soltanto il lavoro.

In parte, quel lavoro gli piaceva proprio perché gli restituiva qualcosa di cui aveva bisogno.

Sentirsi competente. Vedere un risultato. Affrontare una sfida. Sapere di essere considerato una persona affidabile.

Questo rendeva improvvisamente molto meno misterioso il motivo per cui continuasse a ricadere nello stesso schema.

Dirsi semplicemente «devo lavorare meno» significava chiedergli di rinunciare a qualcosa che nutriva alcune delle sue motivazioni più profonde senza offrirgli un’alternativa.

Non funzionava.

E infatti non aveva funzionato.

Ci sono poi situazioni ancora diverse.

Una donna che chiamerò Elena mi raccontò, quasi ridendo, di avere iniziato per tre volte la stessa attività e di averla abbandonata altrettante.

«Sono senza costanza.»

Questa era la sua conclusione.

Non ne ero così sicura.

Parlando con lei emergeva una cosa curiosa: in altri ambiti era estremamente costante. Quando prendeva un impegno con qualcuno difficilmente lo saltava. Quando lavorava insieme ad altre persone riusciva a mantenere ritmi che, da sola, perdeva dopo poche settimane.

Forse, allora, non era una persona “senza costanza”.

Forse continuava semplicemente a costruire quell’obiettivo in una forma che non dialogava con il suo modo di motivarsi.

Quando lo abbiamo guardato da questa prospettiva, la domanda non era più « Qual è l’ostacolo che ti impedisce di essere disciplinata?».

Era diventata:

«In quali condizioni, invece, la tua costanza arriva quasi naturalmente?»

Queste storie sembrano diverse, ma hanno qualcosa in comune.

Francesca pensava di avere un problema di tempo.

Andrea pensava di avere troppe responsabilità.

Elena pensava di avere poca disciplina.

Tre interpretazioni molto convincenti.

E forse tutte e tre incomplete.

Perché spesso osserviamo soltanto il comportamento finale: rimandiamo, diciamo sì, abbandoniamo un progetto, riempiamo l’agenda, non riusciamo a mantenere una decisione.

Poi proviamo a correggere quel comportamento.

Ci imponiamo nuove regole.

Costruiamo programmi.

Mettiamo sveglie.

Compriamo agende migliori.

Promettiamo che da lunedì cambieremo.

A volte, poche, funziona.

Molte altre volte, dopo qualche settimana, siamo di nuovo esattamente dove eravamo.

Ed è in quel momento che può essere utile smettere temporaneamente di domandarci che cosa dovremmo fare e iniziare a capire che cosa ci porta realmente ad agire.

Nel mio lavoro c’è uno strumento che utilizzo proprio per esplorare questo livello, ma prima di raccontarti quale sia vorrei tornare per un momento alla tua agenda.

Prendila, se puoi.

Non quella della prossima settimana.

Quella appena trascorsa.

Guardala senza correggere nulla e, soprattutto, senza giudicarti.

Che cosa ha occupato maggiormente il tuo tempo?

Quali impegni hai scelto e quali hai semplicemente accettato?

Che cosa ti ha dato energia, anche se è stato faticoso?

Che cosa, invece, ti ha lasciato svuotato?

E soprattutto: quale cosa continui a definire importante, ma non compare quasi mai nelle tue giornate?

Qui può succedere qualcosa di interessante.

Potresti scoprire che il problema non è necessariamente eliminare impegni.

Potresti accorgerti che alcune attività ti coinvolgono perché contengono una sfida, altre perché ti permettono di stare con le persone, altre ancora perché ti danno autonomia, stabilità, riconoscimento o la possibilità di vedere concretamente il risultato di ciò che fai.

E potresti iniziare a capire perché due obiettivi che sulla carta consideri ugualmente importanti esercitano su di te una forza completamente diversa.

È questo il punto su cui ho lavorato anche con Francesca.

Non l’ho accompagnata a diventare improvvisamente una persona capace di ignorare le richieste degli altri. Abbiamo lavorato sul riconoscere quel meccanismo e sul costruire uno spazio per il suo progetto senza pretendere che diventasse qualcun’altra.

Con Andrea non si trattava di demonizzare l’ambizione o il piacere di sentirsi competente, ma di comprendere quanto spazio volesse consapevolmente concedere a quella spinta e dove, invece, desiderasse mettere un limite.

Ed Elena non aveva bisogno dell’ennesimo metodo per diventare più disciplinata.

Aveva bisogno di smettere di costruire i propri obiettivi come se dovesse funzionare necessariamente nello stesso modo degli altri.

Questo, per me, è uno dei passaggi più importanti.

Non si tratta di riempire meglio l’agenda. Si tratta di imparare a leggerla.

Perché quando capiamo che cosa ci muove possiamo iniziare a prendere decisioni diverse, oppure a costruire in maniera diversa le decisioni che abbiamo già preso.

Ed è qui che entra finalmente in gioco quello strumento che ho lasciato sullo sfondo fino ad ora.

Si chiama LUXX Profile.

È uno strumento di analisi motivazionale che permette di esplorare in modo strutturato le principali leve che orientano il nostro coinvolgimento, aiutandoci a comprendere perché determinate situazioni riescano ad attivarci molto e altre richiedano uno sforzo molto maggiore.

Non serve a dirti chi sei.

Non decide che cosa dovresti fare.

E non restituisce una formula valida per tutti.

Può però offrirti una mappa da cui partire per leggere alcuni comportamenti con occhi diversi.

Ed è esattamente quello che è successo nelle storie che ti ho raccontato: persone che stavano per ricadere ancora una volta negli stessi automatismi hanno potuto fermarsi prima di chiedersi semplicemente «Come faccio a cambiare?» e affrontare una domanda molto più interessante:

«Che cosa mi sta muovendo proprio in questa direzione?»

Da lì possiamo lavorare sul modo in cui costruiamo un obiettivo, sulle condizioni che ci aiutano a sostenerlo e sulle scelte che vogliamo realmente proteggere quando la nostra agenda torna inevitabilmente a riempirsi.

Perché fare spazio significa sempre scegliere.

Ma scegliere diventa molto più difficile quando non sappiamo realmente contro che cosa quella scelta sta competendo.

Facciamola Semplice: forse non devi diventare più disciplinato, più organizzato o più bravo a dire di no.

Prima prova a capire che cosa rende così potente il tuo sì.

Se vuoi iniziare a esplorare le tue leve motivazionali, puoi partire dal test gratuito a due fattori del LUXX Profile.

E quando avrai davanti il risultato, prima ancora di domandarti se ti rappresenta, prova a fare una cosa: riapri la tua agenda.

Potresti accorgerti che quelle pagine stavano già raccontando qualcosa di te da molto tempo.